Dialogo – Nova

Dopo il dialogo su “Benevolenza Cosmica”, sono contento di ospitare ancora Fabio Bacà per scambiare due chiacchiere.
Ammiro Fabio per la sua disponibilità e soprattutto per il suo caratteristico stile che risuona anche qui, nel dialogo sul suo romanzo “Nova”.
Con grande piacere posso annunciare che Fabio ha rivelato diversi retroscena della storia che sono sicuro vi spingeranno a leggere il romanzo. Se lo avete già letto, arricchiranno la vostra esperienza.
Ecco a voi il dialogo!


Renato Mite
Fabio Bacà
Ciao Fabio, mi fa piacere averti un’altra volta qui, ben tornato.
Stavolta parliamo di “Nova” e devo dire subito che questo romanzo offre molti spunti di riflessione.
Vorrei partire parlando della contrapposizione fra “ripudio della violenza” e “controllo della violenza”. La violenza sembra essere una presenza costante nella vita anche quando la ripudiamo.
Immagino non sia stato facile bilanciare le due cose per non fare del libro un inno alla violenza bensì una presa di coscienza obiettiva. Mi incuriosisce proprio questo aspetto. Nell’ottica con cui hai scritto la storia, l’uomo deve scegliere uno dei due opposti controllando sé stesso oppure deve imparare a ristabilire l’equilibrio quando le circostanze creano uno squilibrio?
Ciao Renato. La domanda che mi poni è molto stimolante, ma ti confesso che non sono sicuro di saper rispondere. Intanto posso confermarti che non è stato per niente facile tacitare quella vocina interiore che insinuava stessi scrivendo una specie di inno alla violenza, come lo definisci tu. Durante la prima stesura, soprattutto, il timore era che qualcuno estrapolasse dalle mie pagine alcune delle tesi più accalorate e “convincenti” di Diego e fraintendesse completamente il senso generale del romanzo. Ammesso che spetti a me definire qual è questo senso generale.
Uno degli espedienti che ho usato per enfatizzare il necessario distacco autoriale dalla tentazione di giudicare o imporre una morale è proprio lo stile: formale, tecnico, articolato, appena temperato da un velo d’ironia ma complessivamente impartecipe. La mia intenzione era di maneggiare un tema complicato e ambiguo tramite punti di vista diversi – corrispondenti alle opinioni o alle reazioni fattuali dei protagonisti – senza condividerne apertamente nessuno. In quest’ottica, posso rispondere alla tua domanda facendo aderire la dicotomia tra ripudio e controllo della violenza ai due personaggi che nel romanzo si direbbero teoreticamente più lontani tra loro: Barbara, che non concepisce la prevaricazione e si oppone strenuamente a qualunque forma di aggressività, e il sunnominato Diego, per il quale il dominio delle proprie pulsioni deteriori non può prescindere dalla totale accettazione di ciò che siamo: per lui, la violenza è uno strumento come un altro e va semplicemente gestito.
Quindi sposti il dilemma sulla posizione di questi due personaggi.
Chi ha ragione, tra i due? In tutta onestà, trovo ragionevoli entrambe le posizioni… per quanto, un po’ paradossalmente, mi sembri di rilevare un livello maggiore di estremismo proprio in quella di Barbara.
Direi che con il tuo stile sei riuscito a maneggiare il tema in modo imparziale. Anche io non ho ancora deciso a chi dar ragione.
Barbara, in effetti, risulta avere una posizione estrema nel rifiuto della violenza. Questo, però, secondo me, accentua ancor di più la difficile posizione di Davide.
Se da un lato, l’uomo vorrebbe assecondare la sua indole pacifica che lo avvicina a sua moglie, dall’altro si sente quasi in dovere di difendere lei e suo figlio dalle aggressioni del mondo circostante secondo l’ideologia che l’uomo debba farsi valere con la forza, pena la perdita della propria identità.
Prima di parlare di questa identità, vorrei soffermarmi sulla visione di Barbara. Nonostante nel ristorante si sia sentita oggettivamente minacciata, lei sostiene l’ipotesi che situazioni come queste si possano risolvere senza la violenza. Mi ha colpito un dialogo fra lei e Davide più avanti nel libro, dove lui le fa notare che certe situazioni non si possono risolvere che con la violenza. Forse è una mia impressione, ma Barbara non è del tutto convinta delle sue idee. Sembra che il sostenere la non violenza è il suo modo per tenere lontana la violenza che sa benissimo esistere. Sono curioso di sapere il tuo punto di vista sul pensiero recondito di Barbara.
Sono d’accordo con te, Renato. In generale, credo sia improbabile incontrare qualcuno che esprima la più totale indifferenza nei confronti di una materia ponderosa – e chiaramente ineludibile nella storia dell’umanità – come la violenza. Che si tratti di avvicinarsi all’estremo della riprovazione, del biasimo e della totale censura (come fa Barbara, e come suppongo farebbe buona parte di noi), oppure di approssimarsi al vertice opposto (quello dell’accettazione, se non addirittura del pieno consenso, come si direbbe faccia Diego), è palese che la stragrande maggioranza delle persone non sia in grado di assestarsi psichicamente sul punto mediano del distacco e del disinteresse: la violenza è semplicemente un tema troppo enorme, coinvolgente, multiforme e pervasivo per non essere connotato di emozioni personali. È evidente che dalla sua stessa grandezza abbia origine, newtonianamente, la sua immane forza di attrazione: assodato che nessun essere senziente abbia mai vissuto, vive o vivrà un’esistenza in cui non gli tocchi essere testimone o parte in causa di un qualunque tipo di aggressività, la mia idea è che Barbara sia intrappolata nella stessa petitio principii nella quale è incappato fino a quel momento suo marito: la violenza è sbagliata solo perché è universalmente riconosciuta come tale. Ti confesso che durante la prima stesura del romanzo, tra la tarda primavera del 2018 e i primi mesi del 2019, avevo accarezzato l’idea di una Barbara che – esattamente al contrario di quanto poi ho deciso – fosse delusa dalla mitezza di Davide e agisse di conseguenza, proponendosi come ulteriore stimolo all’evoluzione di suo marito. Ma poi mi è sembrato che il suo distacco, la sua perplessità e la sua riprovazione fossero potenzialmente più gravide di implicazioni interessanti.
Grazie per il retroscena sulla prima stesura, ci regali l’immagine di una storia alternativa.
Tornando all’atteggiamento raccontato di Barbara, confermo, è interessante e spinge a riflettere proprio sugli stimoli di suo marito Davide. Lui è spinto dal “dovere” di difendere i suoi cari dalle aggressioni e guarda alla violenza quando gli sembra l’unica soluzione, pur sapendo che lei non approverebbe.
In effetti, la violenza ha una grande attrattiva perché ha una massa enorme che evoca un grande potere sulle emozioni e sulle convinzioni della gente. Forse per questo Diego ha un certo fascino con le sue conoscenze. Riporto un suo discorso che sembra addirittura giustificare la violenza.

«I nostri progenitori non erano abbastanza veloci da catturare un’antilope o una lepre, e dovettero ideare tecniche di accerchiamento, costruire armi da lancio o trappole. I loro cervelli furono costretti a svilupparsi quanto nessun’altra sfida quotidiana li aveva mai obbligati a fare prima».
[…]
«In sostanza, l’uomo non avrebbe mai avuto le risorse necessarie a elaborare le raffinatissime dottrine scientifiche o filosofiche che ne hanno caratterizzato la storia, incluse le ammirevoli speculazioni sull’etica della non violenza, se dall’alba dell’evoluzione non avesse ucciso miliardi di creature per cibarsi della loro carne.»

Devo dire che l’influenza di Diego su Davide, a parte ricordarmi un po’ “Fight Club”, mi fa riflettere sul fatto che il dottore subisce il fascino del primo. Dopo, però, la sua identità lo porta a vacillare e riconsiderare il suo giudizio. Riassumendo, direi che Davide si pone queste domande: Che uomo è uno che non sa difendere i suoi cari? Per quale ragione un uomo decide della vita o della morte degli altri?
Il dottore guarda in faccia la morte quando incontra il suo superiore in ospedale e costui gli affida le sue ultime volontà. Davide è nel mezzo di una riflessione sulla violenza e i suoi princìpi si fanno largo nella coscienza.
Vorrei sapere se il tuo proposito fosse mostrare un uomo la cui identità vacilla e la riscopre quando potrebbe perderla. Parlami del suo koan.

Innanzitutto ti svelo un altro retroscena: per qualche settimana io e Matteo Codignola, storico editor di Adelphi, abbiamo ragionato sull’ipotesi che il romanzo s’intitolasse proprio Koan. Ma poi abbiamo fatto altre considerazioni. La prima è che avevo scelto io il titolo Nova (a differenza di Benevolenza Cosmica, che si deve a una geniale intuizione della mia agente) e il feedback molto positivo delle poche persone alle quali lo avevo anticipato mi rendeva particolarmente odioso rinunciarvi: qui deve aver prevalso l’orgoglio dello scrittore che sa bene di non annoverare la concisione tra le sue maggiori virtù e per una volta si compiace di essere lodato per un titolo (tra l’altro brevissimo). Venendo alla tua domanda, condivido ciò che dici a proposito di Davide che si pone delle domande fondamentali: dal mio punto di vista, quello del romanziere, ogni personaggio coinvolto nelle vicende architettate deve necessariamente subire un’evoluzione, e la maggior parte delle volte sento di desiderare che il personaggio non subisca passivamente le cose che gli accadono, senza renderle oggetto di una profonda riflessione: il tutto è funzionale alla mia idea di romanzo ideale, che – come ripeto spesso – deve essere così coinvolgente da spingere il lettore ad affezionarsi ai protagonisti e chiedersi, sic et simpliciter, che ne sarà di loro entro l’angusto steccato della prima e dell’ultima pagina, ma allo stesso tempo stimolare una serie di considerazioni più o meno significative su temi che mi stanno particolarmente a cuore – e che presumo interessino al lettore stesso. Uno dei quali è proprio l’identità. Come dico da sempre, io non mi sento uno scrittore politico: se, da uomo e cittadino, il futuro della società umana mi appassiona (e mi preoccupa) moltissimo, da romanziere non sono altrettanto interessato a vivisezionarne ogni singolo aspetto e valutarne l’impatto sulla psiche dei personaggi: preferisco invertire le premesse e focalizzare la mia indagine sull’individuo e sulla sua instabile identità morale, sociale e spirituale su uno sfondo non necessariamente o compiutamente storico/reale. I temi che mi sono cari prescindono dall’individuazione e dall’analisi accurata di un determinato ambiente: le cose che succedono a Davide, e il terribile dilemma finale che si troverà ad affrontare, possono accadere potenzialmente a chiunque. A un certo punto della nostra vita emerge un improvviso, apparentemente indecifrabile e spesso doloroso koan: risolverlo, o quantomeno affrontarlo, ci dice moltissime cose a proposito di quello che siamo. Contribuisce a creare la nostra identità.
Scoprire i retroscena di un libro è sempre bello, per esperienza so che dietro un romanzo ce ne sono molti. Anche “Koan” sarebbe stato un titolo accattivante, ma è giusto aver dato ascolto all’orgoglio dello scrittore.
C’è da dire che il termine indica la riflessione Zen su alcune frasi all’apparenza semplici per avere uno sguardo sulla realtà. Questo è ciò che fa Davide, riflette sulla sua situazione e ciò lo porterà ad evolvere perché non c’è una soluzione al Koan, quanto una possibile interpretazione.
Secondo me, il fatto che tu non rappresenti i personaggi nella loro minuta interezza è un bene: lascia al lettore la possibilità di immaginare le sfaccettature e, appunto, le possibili evoluzioni del loro carattere e della loro ideologia che, a conti fatti, costituiscono l’identità.
Questo mi porta a un altro personaggio intorno a cui ruota la storia e un po’ il titolo del libro. Tommaso, il figlio di Barbara e Davide, che guarda caso incontra Diego e finiscono a parlare dell’evoluzione dell’uomo in termini teologici e fantascientifici.

«Secondo Asimov» disse ancora Diego «l’unica soluzione possibile è che il progresso scientifico arrivi a un livello tale da permettere all’uomo di creare un altro universo».
E qui allargò teatralmente le braccia.
«In pratica, alla razza umana restano quindici miliardi di anni, l’età stimata entro la quale tutto avrà fine, per evolvere in qualcosa di simile a Dio.»
[…]
Tommaso prese a sbattere ritmicamente le palpebre, come se stesse computando i parametri temporali di una possibile deificazione collettiva per inserirli nei limiti pronosticati da Asimov. Quindici miliardi di anni. Erano pochi? O abbastanza?

Direi che Tommaso cerca la sua identità e il suo posto nel mondo, anche attraverso l’amore. Cosa mi puoi dire sulla sua visione della vita?

Tommaso è un ragazzo di poco più di sedici anni, ma non è solo il candore della gioventù a fare di lui il più integro e incorrotto tra i personaggi di Nova. Come credo di aver ribadito pubblicamente, non amo granché i caratteri monocromatici: non perché dubiti che nella realtà esistano davvero persone irredimibilmente malvagie o quasi angelicamente perbene, né che protagonisti totalmente buoni o cattivi possano essere – in determinati casi – perfettamente funzionali a una storia, ma solo perché ho l’impressione che delineare un’indole troppo netta, priva di sfumature, sia una pratica antitetica alla mia idea di sviluppo della psicologia del personaggio, alla quale pervengo – proprio come hai intuito tu – lasciando al lettore ampio margine di manovra nel colmare ogni eventuale lacuna specifica rilevi in essa (privilegio di cui lo priverei se la psicologia dei miei personaggi fosse monoliticamente predeterminata): è un po’ come se io e il lettore decidessimo insieme fino a che punto la presunta viltà di Davide, o la coerenza etica di Barbara, siano vaste e profonde. Per quanto riguarda Tommaso, il candore e l’integrità alle quali ho alluso poco sopra non sono semplicemente sintomatiche della sua gioventù, né tantomeno rappresentano solo il riflesso e la proiezione delle virtù materne, ma sono il residuo della purezza che caratterizza tutti gli esseri umani finché scoprono di quale terribile potere sono depositari: la capacità di aggredire, ferire, uccidere. Tommaso ha il ruolo di riverberare specularmente l’evoluzione paterna: sofferta, tormentata, filtrata dall’intelletto quella di Davide, istintuale e immediata la sua. Tommaso non ha ancora avuto il tempo di occultare i suoi impulsi più ambigui sotto il tappeto della civilizzazione e del savoir-vivre, ma allo stesso tempo è leggermente in ritardo nell’acquisizione di quella malizia precoce che agli adolescenti deriva dalla scoperta delle potenzialità finora inesplorate del loro corpo: vagando incerto in questa terra di mezzo, sospeso in questo limbo mesmerico all’interno del quale non ha una visione ben chiara di chi o che cosa sia, sarà proprio il suo atto di coraggio finale a spalancargli la prospettiva di una nuova identità.
Intuivo che avresti ritratto Tommaso in modo particolare, dando un nuovo spunto di riflessione. Mi piace soprattutto l’idea che Tommaso abbia un’evoluzione speculare a quella di Davide. Pensandoci, Tommaso incarna quell’istinto puro ancora non condizionato dalla società.
A questo punto, penso che sia meglio lasciare al lettore scoprire quale sia il suo atto di coraggio finale e cosa determinerà nella vita dei suoi genitori. Soprattutto nelle riflessioni di Davide.
Ti ringrazio per la bella chiacchierata, ti saluto e ti lascio la parola per concludere.
Se vuoi, puoi anticiparci qualcosa dei tuoi nuovi progetti letterari.
Nessuna esitazione a dirti che sono al lavoro dallo scorso 28 agosto su un nuovo romanzo che, a giudicare dalle lunghe premesse di ideazione e documentazione, dal materiale accumulato in termini di appunti e schemi e dall’ampiezza delle unità di tempo e luogo preventivate si direbbe un po’ più strutturato e complesso dei precedenti. Ho parlato di lunghe premesse, in effetti, ma non lunghissime. Per dire: ho cominciato a scrivere “Nova” nell’aprile del 2018 a partire da un’ideazione/documentazione risalente ad almeno quattro anni prima, mentre lo spunto e le ricerche per le pagine che ho iniziato più di sette mesi fa risalgono alla fine del primo lockdown, quando accadde un fatto – non dirò quale: sono ancora indeciso se traslarlo nel romanzo – attorno al quale cominciarono a coagularsi molteplici riflessioni, ricordi e ossessioni sedimentatisi evidentemente da un pezzo dentro di me. Ovviamente non c’è nessuna consecutività diretta tra durata delle fasi preliminari e imponenza quantitativa/complessità del romanzo: uno scrittore può prepararsi per anni a scrivere un libro di 150 pagine con due soli personaggi, oppure ideare dal nulla e mettersi subito al lavoro su un’opera ben più ponderosa: Stephen King ha detto di aver ideato quasi tutta la struttura principale de “Il Miglio Verde” in una singola notte (presumibilmente insonne). Di cosa parlerà il mio nuovo romanzo? Bé, per “Nova” dissi a un intervistatore che si trattava di un libro sulla violenza, qualcosa a metà tra “Fight Club” di Palahniuk e “Teorema” di Pasolini. Per il nuovo lavoro, ti confesso che non mi sovvengono termini di paragone letterari così evidenti … ma diciamo che parlerò di dinamiche familiari disfunzionali. “Le correzioni” di Franzen? Qualcosa di lontanamente simile. Molto, molto, molto lontanamente. Ti aspetto fra due (o più probabilmente tre) anni a partire da oggi per un’altra serie di domande in proposito! Grazie.

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