Dialogo – Benevolenza Cosmica

Oggi sono lieto di poter presentare un dialogo molto particolare.
La storia al centro di questo scambio di battute è “Benevolenza Cosmica” e il suo autore è Fabio Bacà che ho avuto il piacere di conoscere alla presentazione del libro alla Libreria Luna di Sabbia.
Ad alcuni mesi dalla presentazione, causa i miei lenti tempi di lettura, ho scoperto una storia che merita un dialogo.
Pagina dopo pagina, ho trovato conferma a tutti i commenti positivi espressi sul libro e ho riconosciuto la verve dell’autore che avevo apprezzato dal vivo.
Se non hai avuto la fortuna di assistere a una sua presentazione, potrai conoscere qui lo stile e l’eloquenza coinvolgente di Fabio, e pure qualche episodio della storia.
Fabio anticipa anche qualcosa del futuro, quindi non ti resta che cominciare a leggere.


Renato Mite
Fabio Bacà
Ciao, innanzitutto ti ringrazio per aver accettato di dialogare su “Benevolenza Cosmica”.
Uno degli aspetti che più mi ha colpito del tuo romanzo è la contrapposizione fra la rigidità dei numeri e l’imprevedibilità degli eventi di cui Kurt è protagonista.
Questa contrapposizione sottolinea l’umanità del protagonista. Sto pensando al fatto che parlando con il suo vecchio professore di filosofia, Kurt rivela che teme di abituarsi agli eventi favorevoli e perdere la sua umanità. Penso anche a quando Kurt stringe una donna malata con l’idea di rimediare allo squilibrio dell’Universo.
Mi piacerebbe sapere se quando delineavi il romanzo hai pensato a questa contrapposizione per evidenziare gli aspetti emotivi della storia o la professione di Kurt, analista statistico, fosse solo il pretesto per evidenziare l’anormalità di eventi favorevoli così tanto frequenti.
Ciao Renato.
Beh, credo che in una fase preliminare, quando il romanzo (o meglio: l’idea del romanzo) è solo un permafrost di prospettive sotto un cielo gravido dei fulmini dell’ispirazione, l’autore tenda a non allontanarsi troppo dai punti di riferimento vagheggiati per non rischiare di perdersi lungo i confini potenzialmente sconfinati della narrazione. Per quanto mi riguarda, una volta individuata la stella polare – la storia di un tizio a cui tutto prende ad andare indecorosamente bene – ho fissato il campo base sotto forma di un protagonista la cui forma mentis mi consentisse ampia libertà di manovra operando per contrasto (i colpi di fortuna a ripetizione, infatti, si abbattono su un brillante statistico dichiaratamente agnostico).
Ovvio che a questa prima fase ne subentra un’altra, molto più feconda: lo scrittore cerca di estrarre dalla prima, schematica e forse persino semplicistica contrapposizione un personaggio a tutto tondo la cui personalità subisce una progressiva evoluzione durante tutta la vicenda.
Quindi è stata un’evoluzione…
All’inizio non ero del tutto sicuro di voler scrivere un romanzo di formazione (quando ho cominciato Benevolenza Cosmica non ero sicuro di nulla, in realtà), ma nel corso della prima stesura ho capito di avere tra le mani un intreccio narrativo abbastanza eccentrico e anticonvenzionale da poterlo sviluppare secondo il canovaccio del più classico Bildungsroman senza che perdesse in originalità.
Mi fa estremamente piacere che tu alluda al vecchio professore di filosofia e alla donna malata come catalizzatori dell’incipiente evoluzione morale di Kurt, perché quei dialoghi sono due dei momenti del libro che ho amato di più. La conversazione con il professor Lack, in particolare (e qui ti segnalo una specie di piccolo, deliberato calembour: Lack, in inglese, significa mancanza, ma suona quasi come luck , fortuna… e lascio ai lettori l’interpretazione), che ho scelto di orchestrare partendo da una serie di citazioni e glosse filosofiche per poi scadere in un trittico di bizzarri suggerimenti, segna il primo approdo di Kurt alla possibilità che quanto gli accade preluda a una crescita spirituale.
Di primo acchito non l’avrei definito un romanzo di formazione ma ora che mi ci fai pensare, all’inizio il protagonista è distaccato. Non confida nei medici e in coloro che potrebbero offrirgli almeno una spiegazione alla sua condizione troppo fortunata. Per esempio il chiromante nel palazzo dove Kurt lavora che io, come lettore, speravo consultasse.
Kurt abbandona pian piano il suo ideale agnostico e comincia a considerare le probabilità o meglio la possibilità che il suo stato di benevolenza cosmica sia in qualche modo legato al suo agire o al suo essere. Per questo si convince ad andare dallo psichiatra Richard Leone.
Dal momento che certe storie capitano solo a certi personaggi nell’annosa questione di chi nasce prima, peggio dell’uovo e della gallina, arrivo così a sottolineare un altro aspetto.
Kurt credeva nel Karma più o meno, diciamo che rientra nella sua formazione giovanile, e secondo me possedeva già una certa dote spirituale che viene accresciuta dalle circostanze attuali.
Il fatto che la madre dimostri una certa propensione verso il mondo etereo dopo la morte del fratello potrebbe essere il segno di una proprietà genetica su cui Kurt si è sviluppato?
Insomma, un altro protagonista al posto suo non avrebbe chiamato un professore di filosofia e avrebbe avuto una visione diversa della situazione.
Diciamo che non ho mai nascosto di aver modellato la personalità di Kurt sulla mia, e che al momento le mie inclinazioni religiose si sono arenate sulla battigia di un placido agnosticismo. Ma è altrettanto evidente che non posso ignorare i valori del mio decennale retaggio educativo cattolico. La madre di Kurt è marchigiana, ma non ha il tipico (o stereotipato?) afflato spirituale di una genitrice italiana: dopo la morte di Eric, il suo legame con Dio sembra quasi più orientato alle tipologie espressive orientali. Sono certo che ci sia una generica disposizione al trascendente in qualunque essere umano: nel caso di Kurt, il contrassegno genetico ereditario specifico attiene, più che altro, alle prudenti modalità con cui si approssima a un’ipotesi che credeva abiurata. Non è un caso che nel libro io alluda esplicitamente a “divinità troppo frettolosamente rinnegate”.

Con alcune entità bisogna andare con i piedi di piombo. Il tema religioso non è marcato eppure affiora parlando di credenze e distinzione fra Karma e Destino.

Nel libro c’è una definizione precisa

Il karma, in realtà, è la somma dei comportamenti di un essere umano e dei crediti (o debiti) spirituali che ne derivano, contabilizzati con scrupolo certosino da una presunta assise di divinità. Il destino, invece, evoca un caos imperscrutabile da cui erompono accidentali premi o punizioni, esiti a cui la condotta degli esseri viventi non sarebbe direttamente collegata.

che ti porta a parlare del nesso di casualità.

Io direi che le cose sono come le vediamo.
Quando Francesca, la libraia della Luna di Sabbia, mi parlò del tuo libro, io chiesi se il protagonista vedesse le cose con ottimismo o gli capitassero davvero cose favorevoli. Mi disse che le cose capitavano sul serio. Dopo aver letto la storia posso confermare, però secondo me Kurt arriva a vedere le cose in modo positivo.
Kurt è ferito a una spalla mentre convince un uomo a deporre un rasoio e costituirsi. A questo punto della storia, Kurt non teme per la sua sorte ma un attimo dopo un cecchino gli spara per sbaglio. Ne consegue una ferita guaribile e pure un indennizzo non voluto.
La questione dei punti di vista è un po’ quella che Kurt discute con il collega Bob prima che costui entri nel negozio lasciando lui ad aspettare. Kurt entra nel negozio per una sorta di “sesto senso” e così sventa una rapina.
L’esempio dell’uomo con rasoio, della rapina sventata e ancora la comprensione che Kurt prova verso la segretaria Wendy, mamma vedova, mi danno l’idea di un buon samaritano. La benevolenza quindi se la merita o il suo agire dipende dalla benevolenza ricevuta?
Meglio: sbaglio io a vedere Kurt come un buon samaritano o la situazione contingente lo fa diventare così?

Bella domanda, Renato. Io credo davvero nel detto “le circostanze non fanno l’uomo: lo rivelano”, il che parrebbe sottendere a un feedback basato più sulle facoltà innate dell’essere umano che sulla risultanza di un lento processo evolutivo. In realtà, mi pare incontestabile che la nostra personalità sia l’esito di entrambi i fattori: un solum caratteriale geneticamente programmato su cui germogliano i semi delle migliaia di esperienze che facciamo (e lascio agli psicanalisti la valutazione sulla profondità e pervasività delle radici di quei semi in funzione dell’età durante cui vengono seminati).
Lasciamola a loro, sì. Scusa l’interruzione, vai avanti
Detto ciò, a me interessava narrare la storia di un bravo ragazzo un po’ immaturo a cui una serie ripetuta e monopolare di circostanze paradossali induce motivi di riflessione in misura proporzionale ad un comprensibile attonimento. E se quest’ultimo è motrice dei comportamenti più bizzarri (e delle conseguenze più inusitate a quei comportamenti), i motivi di riflessione rivelano – e, allo stesso tempo, lentamente fanno – il carattere del mio eroe. Alcuni dei suoi attributi sono ignoti a lui per primo: penso all’episodio della rapina, in cui Kurt si scopre più coraggioso di quanto credesse, e a quello insospettabilmente speculare dei quokka, di fronte ai quali indietreggia terrorizzato. La tua domanda è doppiamente stimolante, Renato, perché quando ho cominciato a scrivere Benevolenza cosmica mi sono chiesto quale tipo di personaggio sarebbe stato più “produttivo” (più narrativamente funzionale, diciamo) affliggere con una messe di eventi favorevoli. Per qualche giorno ho pensato persino a uno spietato omicida! Poi, però, ho deciso di mettere alla prova un individuo normalissimo, un figlio perfetto del nostro tempo inquieto, abbastanza giovane, bello, ricco e noncurante da potersi permettere di fare i conti solo con una porzione accuratamente selezionata di realtà, almeno fino a quando tutto il resto della vita gli piomba addosso. E sono d’accordo con te: mi piace pensare che ne esca bene soprattutto perché se lo merita.
Fabio, sono contento di stimolare risposte e per fortuna non hai scelto l’omicida. Non avrebbe avuto lo stesso effetto comico con quei comportamenti bizzarri, sia volontari sia involontari, e con le reazioni che Kurt suscita negli altri.
L’episodio della rapina e l’esperienza con i quokka sono solo due degli eventi della trama tutta costellata di comicità e ironia che spazia appunto dal divertimento puro alla tragedia, penso alla morte del fratello Eric, e mette alla prova questo individuo normalissimo. Credo sia giunto il momento, però, di approfondire la comicità parlando di un altro personaggio: Liz.
La moglie di Kurt è una scrittrice che si cala nei panni più bislacchi pur di entrare in contatto con le persone da cui vorrebbe trarre personalità per i suoi personaggi. Convince suo marito a partecipare a queste messinscene come quella del colloquio con il consulente matrimoniale che rivela due facce di una stessa medaglia. L’ironia di fingere un rapporto difficoltoso quando invece vanno d’amore e d’accordo da un lato, dall’altro il fatto che nella realtà per essere felici sono separati in casa. Ognuno con le proprie caratteristiche.
Inoltre, questa diversità di caratteri evidenzia i due estremi della comicità e, mi azzardo a dire, Liz rappresenta un po’ un tuo alter ego. Io da scrittore mi chiedo sempre se i personaggi trasmettono tutta la loro personalità e da quanto hai detto, hai ponderato molto su Kurt. Cosa mi dici riguardo Liz e il suo lato comico?
In effetti Kurt e sua moglie Liz rappresentano due lati ben distinti della mia personalità. È abbastanza usuale, credo, che un romanziere alle prime armi infonda nei suoi personaggi molti dei suoi connotati psichici perché teme di non possedere ancora sufficiente mestiere per riprodurre un carattere completamente avulso dal suo. Se a Kurt ho trasmesso lo stoicismo un po’ schizoide che mi riconosco nei periodi complicati, a Liz ho affidato il ruolo di metafora delle classiche manie dello scrittore prototipico: la mia intenzione era comporre una dialettica tra personalità forti – ma completamente diverse – da cui potessero derivare situazioni emblematiche. Mi è capitato spesso di ripetere che non era mia intenzione scrivere un romanzo comico, e che molti degli attributi umoristici o brillanti di Benevolenza Cosmica sono sgorgati in modo quasi inevitabile dalle contingenze dell’intreccio, ma nel delineare Liz e il suo rapporto con Kurt ho calcato intenzionalmente la mano per due motivi. Ho l’impressione che il primo sia legato a una sorta di auto-ricognizione psicanalitica, più o meno intenzionale, come se scrivendo avessi voluto mettere a contatto la mia solita personalità con i miei nuovi attributi di scrittore in rampa di lancio (con tutto il suo precipitato di ossessioni e insicurezze), mentre il secondo attiene proprio alle potenzialità comiche dei duetti tra uno statistico ordinato e metodico e una scrittrice caotica e un po’ folle. I dialoghi tra i due sono sempre contraddistinti da una lieve ironia, punzecchiature assortite, sottintesi e ricami allusivi, e ti confesso che mi sono divertito moltissimo a scriverli.
Tirare fuori l’ironia nei momenti difficili è un gran merito.
Dopotutto, il fatto che la comicità sia scaturita naturalmente, forse è il segreto di un libro così accattivante. Io devo confessare che mi sono divertito moltissimo a leggere la storia di Kurt e la Benevolenza Cosmica.
Siccome non vorrei rovinare il piacere della lettura ai tuoi prossimi lettori, io finirei il dialogo qui.
Ti ringrazio per essere stato mio ospite e ti saluto. Riesco a strapparti un’esclusiva? Qualche rivelazione su un nuovo libro in lavorazione…
Uhm … mi chiedi molto, Renato: la mia reticenza sui progetti in itinere è leggendaria. Ma voglio accontentarti, anche perché questo scambio telematico mi ha divertito molto e le tue domande mi hanno appassionato. Quindi ti anticipo che i progetti su cui lavoro sono addirittura due. Il primo è la rielaborazione del mio primo … tentativo di romanzo (oggettivamente un po’ troppo cervellotico) scritto tra il 2010 e il 2014, del quale cerco da un pezzo di capire le definitive potenzialità. Il secondo è un’idea su cui lavoro ormai da due anni e che sto ultimando proprio in questi giorni di clausura forzata (se non ci fosse stato il Covid non avrei finito prima di un paio di mesi, unico vantaggio di questa surreale situazione). Aggiungo che quest’ultimo romanzo sarà molto diverso da Benevolenza Cosmica – almeno quanto a struttura, tono e contenuti: lo stile invece, rimarrà più o meno invariato. È ambientato in una città toscana e il suo protagonista è un neurologo: la neurologia è una materia di cui mi sono appassionato qualche anno fa leggendo magnifici libri di divulgazione. Di più non posso rivelare … Grazie e buona (fine di, speriamo) quarantena a tutti. Ciao.

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