Dialogo – Il Cacciatore di Tarante

Sono molto contento di ospitare ancora Martin Rua in questo spazio per parlare del suo libro del momento: “Il Cacciatore di Tarante”.
Se non fosse chiaro dalla recensione, il libro mi ha molto colpito perché ci sono tanti piccoli aspetti che compongono un intreccio interessante. Non potevo non cercare di approfondirne qualcuno.
Martin si dimostra sempre cortese e ben felice di scambiare due chiacchiere, quindi ho preso l’occasione al balzo ed ecco qui il dialogo che ne è scaturito.


Renato Mite
Martin Rua
Ciao Martin, mi fa piacere che tu sia tornato qui a chiacchierare un po’.
Il tuo libro “Il cacciatore di Tarante” mi ha colpito sotto diversi aspetti, però vorrei cominciare dall’inizio e dai due protagonisti.
Nell’introdurre Dell’Olmo e De Sangro ci mostri le loro sofferenze legate al rapporto con il gentil sesso. Mi ha colpito il fatto che due personaggi così diversi siano accomunati da qualcosa di così privato, che Dell’Olmo scopre riguardo De Sangro e gli fa cambiare idea, in parte, sul collega.
Mi piacerebbe sapere se quando hai dato loro questo fardello, l’hai fatto per far sì che avessero qualcosa in comune fra loro ma anche con i lettori. Insomma per renderli più umani e meno investigatori infallibili.
Ciao, Renato, piacere mio e grazie per aver letto anche quest’altra mia fatica. Be’, sì, questo è un romanzo nel quale l’elemento femminile ha molta importanza, anche se i protagonisti sono due uomini. La mancanza di una donna nella vita di entrambi, o la passione per la donna sbagliata, o ancora il dolore per la perdita di una donna importante come la madre, sono alcuni dei punti deboli che i due personaggi hanno in comune.
L’intento era creare in entrambi dei punti in comune, al di là delle differenze, perché poi riuscissero a trovare un “accordo” per svolgere l’indagine insieme.
Che un investigatore non debba essere infallibile, poi, è ormai una solida acquisizione per me. Al contrario si rischia di tratteggiare dei personaggi banali.
Con questa ultima frase mi riporti in mente le parole di De Sangro: “Solo lo sono già”.
Il duca appare un tipo interessante quando mette in ridicolo il suo collega professore facendo notare in una sua lezione l’erroneità delle sue affermazioni e mi sono prefigurato la scena come una grande prova di sapienza. Roba che dici: questo Caracciolo De Sangro, anche ubriaco, è un tipo che sa il fatto suo, un primo attore, un tipo infallibile appunto. Poi lui se ne esce con quella frase quando il collega stizzito lo colpisce con poche parole: “Si guardi, non si regge in piedi. Nessuno la sopporta, resterà solo con la sua superbia, i suoi cadaveri, i ragni e le bottiglie di vermut!”
Secondo me, mostrare fin da subito il lato fragile di quest’uomo lo rende un personaggio di spessore e il suo spessore è dato anche dalla sua profonda conoscenza dei ragni e dal modo innovativo con cui approccia la sua materia. Ciò però non gli impedisce di credere alle leggende.
Visto che ci siamo, vogliamo parlare della Taranta? Dimmi qualcosa in più su come si lega alla leggenda di Ariadne e della sua divinità.
Salento vuol dire tarantismo. È questo che mi ha spinto a scrivere questo libro. Dai tempi dell’università mi porto dietro l’interesse per questo singolarissimo aspetto della cultura salentina (e non solo). Sostenendo esami di antropologia e storia delle religioni, sono incappato negli studi di De Martino e mi sono appassionato. E così, già dai miei primi viaggi in Salento ho maturato l’idea di ambientare una storia lì. Una storia che includesse, naturalmente, qualcosa che facesse riferimento al tarantismo.
A questo ho poi accostato un’altra mia passione: le leggende, i miti e il folklore dei luoghi. Sono andato così a studiare un po’ il Salento anche da questo punto di vista e mi sono imbattuto nella Malombra, creatura simile al munaciello o alla bella ‘Mbriana napoletani. Ho così inserito questa creatura della notte nella mia trama, mettendola in collegamento con le tarante e con un’ipotetica antica divinità di Ariadne. Una divinità con caratteristiche simili a quelle di Aracne, la tessitrice mutata in ragno, e di Arianna, l’eroina del labirinto. Come vedi, tutto è collegato, e così Ariadne non è altro che simbolo di tutte queste suggestioni mitiche: Aracne-Ariadne/Arianna-Taranta-Malombra, un’unica creatura multiforme. Un simbolo di smarrimento, di caduta e rinascita.
Un po’ quello che succede nel libro, dove per trovare la soluzione bisogna smarrirsi, cadere e poi rialzarsi. Io direi che il filo di questa tela collega anche De Sangro e Dell’Olmo.
Come ho detto nella recensione, l’ispettore Dell’Olmo è un tipo scettico. Credo che l’ispettore compensi il lato metafisico della vicenda mantenendo i piedi per terra e per questo viene spedito ad Ariadne: acclarare il mistero come una semplice serie di incidenti.
Devo citare un estratto del libro:

Il prefetto tamburellò con imbarazzo sulla scrivania, cercando le parole giuste. «Gli abitanti del paese credono in una stramba maledizione: ogni trent’anni una creatura misteriosa reclamerebbe un… ah, che follia! Insomma, un tributo di sangue.»
Dell’Olmo sollevò un sopracciglio e poi si girò verso il duca, pensando di cogliere ilarità nel suo sguardo. Si sorprese, invece, nel vedere che il suo volto era terreo, le labbra tremolanti per la paura. «Dottore, tutto bene?»
Caracciolo de Sangro si riprese subito e si affrettò ad annuire.

Già qui si può cogliere l’apertura mentale dell’ispettore nel fatto che si interessa alla reazione di De Sangro. Secondo me, tratteggiare Dell’Olmo deve essere stato difficile, in bilico fra credenze e fatti reali. L’ispettore subisce un’evoluzione che lo porterà a considerare il folclore di Ariadne.
Toglimi una curiosità, il personaggio di Dell’Olmo era previsto avesse questa evoluzione o, come spesso accade, è qualcosa successo con la stesura della storia? Mi spiego meglio: il Dell’Olmo che avevi in mente prima di scrivere come era all’inizio?

È così, il viaggio di Dell’Olmo è un viaggio iniziatico. Il personaggio viene in contatto con un mondo di credenze e superstizioni alle quali lui, all’inizio, non è disposto a credere. In ogni caso, visto come va a finire la vicenda, tutto sommato lui ha più ragione di De Sangro nel suo dubitare. Si rende però conto che anche la scienza e la realtà, per quanto oggettive, devono talvolta cedere il passo a forze oscure e imprevedibili. Diciamo che matura da questo punto di vista, ma non cede alle suggestioni occulte. Anche perché gli dà manforte proprio De Sangro, il quale, per quanto più addentro a quel mondo magico salentino, è comunque uno scienziato. Uno che indaga con la lente della scienza e non con il fumo della superstizione.
Quanto alla tua domanda, sì, avevo in mente questa evoluzione o maturazione di Dell’Olmo fin dall’inizio. Anzi, è stato da subito uno dei pilastri della trama.
A proposito di pilastri della trama, io devo tornare sull’argomento scienza. Come ho scritto nella recensione, ho avuto l’impressione di una vena “steampunk”. Senza svelare dettagli salienti della storia, dico solo che De Sangro è un tipo innovativo, che segue l’evoluzione scientifica del mondo e ne applica le migliori soluzioni.
Un esempio sono i guanti e gli altri “accorgimenti pioneristici” che usa per garantire l’igiene durante le operazioni e ridurre il numero di decessi.
Immagino tu abbia fatto molta ricerca sul livello tecnico e scientifico del 1800 e sono curioso, ti è capitato di imbatterti in qualcosa e dire che so: ma pensa, già all’epoca erano arrivati a questa scoperta?
Hai avuto una giusta impressione. Mi sono fermato un attimo prima di esagerare, ma un pizzico di steampunk c’è. O comunque di fantascienza alla Jules Verne. È un genere che trovo divertente, soprattutto in ambito fumettistico e cinematografico. L’ho utilizzato principalmente per descrivere un certo “marchingegno” (non possiamo dire troppo).
Quanto alle scoperte già fatte all’epoca, mi ha colpito scoprire, per esempio, quanto la rete ferroviaria fosse tutto sommato abbastanza sviluppata, sud incluso, nonostante i ritardi. Oppure, in campo medico, come da te evidenziato, quanto effettivamente ci furono dei pionieri che già avevano capito l’importanza della pulizia. Fu una svolta fondamentale per la medicina. Che Caracciolo de Sangro applicasse questo metodo mi è parso interessante, lo presenta ancora di più come luminare nel suo campo. Per il resto, il grosso dell’azione si svolge in una cittadina rurale del Salento, e dunque non ho potuto sbizzarrirmi come avrei potuto fare in una grande città.
Magari in un ipotetico seguito
E qui ti volevo. Il finale del libro fa pensare ad altre avventure di De Sangro e Dell’Olmo, magari con la malombra ancora in giro.
Direi di non rivelare altro su “Il cacciatore di Tarante”, ti ringrazio per la chiacchierata e ti lascio la parola per anticipare qualcosa su un possibile seguito, se puoi.
Almeno se ci stai pensando o hai cominciato a scrivere.
No, grazie a te, Renato. Un seguito? Sì, certo che ci sto pensando, ma ho solo un’idea vaga su quale potrebbe essere la trama. So solo che vorrei ambientarlo quasi interamente a Napoli. Non ho ancora scritto nulla, però, anche perché dipende dall’editore: scrivere è fatica oltre che piacere, e se non c’è un editore interessato nell’immediato a un certo progetto, preferisco buttarmi su altro. Sono comunque due personaggi con molte potenzialità, una coppia che ha funzionato bene e che è piaciuta ai lettori. Quindi, chissà…
E quanto alla Malombra… be’, se ti riferisci a quella del finale, posso solo anticiparti che se dovessi scrivere un seguito, avrebbe di sicuro un ruolo centrale 😉

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