Dialogo – I Giardini dell’Altrove

Dopo aver letto “I Giardini dell’Altrove”, avrei voluto restare nel mondo del libro e seguire dappresso i Protettori degli Spiriti, perciò ho invitato l’autrice Loredana La Puma a parlarne e ci siamo fatti prendere la mano.
Ecco quindi il dialogo senza altri indugi.


Renato Mite
Loredana La Puma
Ciao Loredana, benvenuta, mi fa piacere averti ospite nel mio blog.
La cosa che più mi incuriosisce del tuo “I Giardini dell’Altrove” è il comportamento del libraio Ismaele. Io credo che sia dotato di tanta saggezza dall’aver dato a Sara, oltre al dono della Vista, in un certo senso pure quello del libero arbitrio, ossia di prendere una decisione con cognizione. Anche se per tutto il libro sembra il contrario. Come ho scritto nella recensione, sembra che Ismaele l’abbia “tratta a forza” in questo mestiere di Protettrice degli Spiriti.
Vorrei che mi rivelassi qualcosa sulla saggezza del libraio. Per fare il mestiere che fa, ce ne vuole una “soprannaturale”.
Ciao, Renato. Piacere mio e grazie per l’ospitalità.
Per quanto riguarda Ismaele e la sua saggezza, indubbiamente il particolare lavoro che ha svolto per così tanti anni, l’assidua frequentazione col sovrannaturale e il suo stare continuamente in bilico fra i due mondi (quello dei mortali e quello degli Spiriti) hanno avuto una profonda influenza su di lui, rendendolo, in effetti, qualcosa di più rispetto a un normale essere umano. Ha una visione molto più ampia della vita (e della morte), e nel corso della trama viene fuori come questo lo conduca a un particolare atteggiamento che, in un primo momento almeno, potrebbe sembrare prevaricante nei confronti degli altri personaggi, arrivando a manipolarli quando gliene si presenta l’occasione o lo ritiene opportuno. Lo fa a torto? Lo fa a ragione? Il romanzo alla fine sembra dare una risposta precisa, ma nei seguiti probabilmente il personaggio, il suo passato e le sue motivazioni risulteranno ancora tutti da esplorare. 😉
Interessante, e così mi spiazzi subito.
Lasciamo che i lettori scoprano il finale, però voglio dire che già durante la storia si ha la sensazione che questa sia una delle tante avventure. Soprattutto perché Ismaele e il suo assistente Gabriel appaiono come investigatori di lunga data.
Anche se la domanda era retorica, ti do la mia risposta sul torto o sulla ragione. Dal mio punto di vista, considerando Ismaele nell’insieme, il libraio agisce perseguendo il bene e più che una ragione questo è un obiettivo. Insomma anche se non sa di riuscire, ci prova. Sembra che quando agisci così, poi il bene avviene.
C’è un passaggio del libro che accomuna Sara ad Ismaele sotto questo punto di vista e ci mostra un’altra peculiarità della ragazza.

«[…] Poco fa ho incontrato Gabriel al funerale di Marco e Giulia Di Blasi».
«Ah» si limitò a commentare il vecchio.
«Mi ha detto che state cercando lo spirito della madre e che difficilmente senza di lei il bambino potrà… andare dove deve».
«Sì, in base alla mia esperienza sarà così».
Sara lo fissò negli occhi, cercando di scrutarvi la verità. Non voleva essere manovrata una seconda volta e ormai non riusciva più a fidarsi di quell’uomo. Ma era impossibile capire se le stesse mentendo o meno.
«In questo caso riprenderò il mio lavoro» dichiarò infine, optando per il salto nel buio. «Ma solo fino alla vigilia di Natale» aggiunse in fretta, prima che il libraio potesse farsi strane idee. «E sappia che lo faccio soltanto per Marco. Quel bambino mi ha chiesto aiuto e adesso non me la sento di voltargli le spalle. […]»

Vogliamo parlare della sua determinazione? In che modo, dentro e fuori dalla famiglia, Sara “matura” questa peculiarità del suo carattere?

Per quanto riguarda il fatto che il libro sia il primo di una serie (sempre senza fare troppi spoiler ai lettori), confesso che fin dall’inizio della stesura l’ho sempre considerato come se fosse l’episodio pilota di una serie tv, con uno sviluppo a se stante ma pronto ad aprirsi a nuove avventure (non a caso, esiste un seguito già in lavorazione).
Passando invece alla determinazione di Sara, credo che molto dipenda dal modo in cui è creciuta. Visto il carattere prevaricante del patrigno, il rischio era quello che potesse trasformarsi in una vittima (come infatti accade a sua madre), una persona rassegnata e remissiva, pronta a subire passivamente il proprio destino. Invece, memore anche del ricordo e degli insegnamenti paterni (bisogna sempre finire ciò che si è iniziato), sceglie la “Strada B” e decide di lottare per realizzarsi e per portare avanti ciò in cui crede. Quello che non ti uccide ti fortifica, e il suo passato l’ha inevitabilmente temprata, unitamente alle difficoltà affrontate una volta andata via di casa. A differenza delle eroine fantasy un po’ più canoniche, quando Sara inizia la sua avventura paranormale in qualche modo il suo carattere è già in gran parte formato. All’interno dell’Antro di Leo il suo percorso di crescita giunge sì a compimento, ma è già iniziato molto tempo prima. Sara, pur essendo una persona come tante, ha fin dall’inizio in sé qualcosa di “eroico”, ed ecco perché non avrebbe mai potuto abbandonare Marco al suo destino.
A un certo destino funesto, direi. Senza sua madre, Marco potrebbe diventare uno spirito oscuro.
Nella storia tieni in bilico il destino dei protagonisti: Sara, Giulia, Marco…
Questo tema fa sorgere la questione se il destino è già scritto oppure lo scriviamo noi, ma io ne ho anche un’altra.
Sara è stata temprata dagli insegnamenti paterni, dalla debolezza della madre e dal comportamento prevaricante del patrigno. Marco poi è stato ucciso dal padre.
Forse il destino di Marco era diventare presto uno spirito, e lo stesso in questa forma può essere condizionato dai suoi genitori, anch’essi spiriti, nel bene o nel male.
Direi che l’influenza degli altri sul nostro agire è un tema che pervade tutta la storia, ma i protagonisti dimostrano che la tua natura ti porta a compiere il tuo destino. Insomma la mela non cade lontano dall’albero, però può sempre cercare di rotolare verso la sua strada.
La natura di Sara sembra essere quella dell’investigatrice, ma le risulta difficile manipolare la gente per avere informazioni come fa Gabriel. In più, queste indagini sovrannaturali servono a rintracciare spiriti a cui resta la decisione se passare nel lato oscuro, entrare nei Giardini verso la beatitudine oppure restare fra i mortali. Perciò l’eroismo si vede nell’abnegazione dei Protettori di Spiriti.
Definiresti quindi il destino come una serie di scelte dall’esito incerto e le indagini dei Protettori un modo per garantire agli spiriti la loro scelta?
Di sicuro il tema del destino e del suo ruolo nella nostra vita è una tematica che mi sta molto a cuore, tanto che ha finito per “infiltrarsi” a tradimento praticamente in tutte le storie che ho scritto. I miei universi narrativi riflettono la mia visione del mondo, ed essendo io una sostenitrice della libertà di scelta vorrei davvero che ognuno di noi fosse libero di decidere da sé la propria strada. Al tempo stesso, ho sempre avuto la sensazione che esista comunque una sorta di percorso già tracciato per ognuno di noi, dove al massimo possiamo scegliere tra i diversi bivi che su quel percorso ci si presentano, e che ci faranno giungere ovviamente a traguardi differenti; un po’ come un grande libro-game dove c’è un certo numero di finali possibili per ognuno di noi. In quest’ottica, e per rispondere alla tua domanda, direi che i Protettori (probabilmente) sono lì per garantire agli Spiriti di essere liberi di scegliere (un bivio piuttosto che un altro) al momento opportuno.
Come hai rilevato, un altro cardine della storia si è rivelato essere l’influenza che le persone che ci circondano (specialmente quelle con cui siamo cresciute) hanno sulla nostra vita e sul nostro carattere.
Mi piace questa teoria dei bivi, anch’io credo che ognuno debba determinare la propria strada, foss’anche un bivio alla volta. Per questo adoro i libri-game, ci ho giocato parecchio, soprattutto quelli di Sherlock Holmes. Poi mi piace l’informatica, quindi puoi capire quanto mi sia appassionato a Sara, una protagonista a tutto tondo. Appare un po’ nerd, per dirne una: sistema il computer dell’Antro di Leo che era bloccato. Dimostra ironia nelle battute, soprattutto con Gabriel, ed è una ragazza naturale con le sue debolezze e le sue imperfezioni. Ecco, a proposito, un estratto in stile “Fuga dal Natale” che ne rivela l’aspetto comico:

«Cielo, si comportano come se avessero dieci anni» osservò Sara con una smorfia.
«Sì, e stai per farlo anche tu. Come te la cavi nello scatto veloce?».
«Che?».
«A ore due. L’ultima corona da appendere alla porta, e quella signora dal passo fulmineo sta per batterti».
Sconcertata, Sara diede uno sguardo a Gabriel, che si apprestava a godersi la scena a braccia conserte, e uno alla scaffalatura alla loro destra, dove l’ultimissima, solitaria corona di finto vischio stava effettivamente per essere arraffata. «Ma… io…» tentennò, «cavoli, giuro che questa me la paghi!» fu la sua ultima frase prima di lanciarsi nella gara di corsa con la signora.
Gabriel, dietro di lei, scoppiò in una sonora risata.

Perciò i lettori si immedesimano in lei e la seguono, Fantozzi docet.
Della gaffe che ho fatto io alla presentazione del tuo libro alla Luna di Sabbia riguardo un elemento fantasy ne parliamo dopo, semmai.
Parliamo di questo aspetto di Sara e come lei porti un pizzico di allegria nelle indagini e una svolta nuova. Infatti l’estratto che ho citato riguarda la preparazione di una messinscena per raccogliere informazioni.
Dopo le informazioni, però, ci vuole l’istinto e Sara lo dimostra con una teoria che si rivelerà corretta, per quanto improbabile. C’è una massima di Sherlock Holmes che, parafrasando, dice: “quando hai escluso l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”. Forse ti ha ispirato.
Che mi dici su questo mix che caratterizza Sara e le indagini? Si può fare magari un confronto con lo stile di indagine adottato fino ad allora da Gabriel e Ismaele.

Parlando del lato comico di Sara, fin dall’inizio ho deciso che avrei inserito nella vicenda diversi elementi quasi “da commedia”, proprio per smorzarne il tono generale. La storia di fondo è estremamente drammatica, permeata com’è dall’idea della morte e incentrata sull’omicidio di un bambino. Non volevo però che il romanzo fosse percepito come pesante o angosciante. Volevo che fosse come la vita, che alterna momenti terribili ad altri divertenti. Al tempo stesso desideravo che la protagonista venisse percepita come una persona assolutamente normale, affinché i lettori potessero immedesimarsi in pieno nelle sue avventure. Per quanto riguarda invece l’istinto investigativo di Sara, Gabriel a un certo punto la invita a partire dai fatti, non dalle teorie, pena la possibilità che il quadro generale venga falsato dalla volontà di prestare attenzione solo a quegli elementi che avvalorino le nostre ipotesi. Lui segue questo principio (molto vicino alla metodologia di uno Sherlock Holmes, a ben guardare) in maniera fin troppo rigida. Sara si muove in maniera totalmente opposta, e questo in effetti potrebbe benissimo condurla in errore, nulla lo vieta. In definitiva, Sara e Gabriel sono una buona coppia investigativa perché si completano a vicenda: l’estremo rigore dell’uno viene compensato dall’intuizione e dal pizzico di follia dell’altra. Un elemento che mancava nella prassi investigativa di Gabriel e Ismaele, così come nelle loro vite mancava quella solarità introdotta proprio dall’arrivo della ragazza.
Sei stata molto esaustiva, quindi ora pago pegno.
Alla libreria Luna di Sabbia, dopo la presentazione del libro, ti chiesi quale fosse il primo oggetto fantasy che avessi immaginato per la storia. A dirla così non sembra, ma era una gran gaffe e infatti tu rispondesti sorvolando. Avrei dovuto capire dalla presentazione che nel libro non c’erano oggetti fantasy ma una certa “atmosfera” fantasy. Atmosfera formata dalla libreria, dagli spiriti che restano sulla Terra, dai Giardini dell’Altrove che descrivi nel finale… Eppure c’è un oggetto: il campanello sulla porta d’ingresso della libreria che suona e non suona, lo stesso campanello che può determinare la carriera di Sara come Protettrice di Spiriti.
Come è nata l’idea di rendere il campanello così prodigioso? E anche la libreria stessa che sorge in un punto particolare… E in questa atmosfera fantasy, c’è qualcosa che io, più orientato verso la fantascienza, non ho notato?
Sai che non ricordo con precisione questa tua “terribile” gaffe? XD
Allora ci sta un “come è umana lei”.
Tornando seri, e partendo da una premessa, in effetti io non ascriverei “I Giardini dell’Altrove” al genere fantasy. Di certo rientra nel grande calderone della letteratura fantastica, ma personalmente preferisco definirlo “giallo paranormale” (non so neanche se questa etichetta esista davvero :P). In effetti, quando ho iniziato la stesura di questo libro avevo voglia di cambiare un po’ aria, visto che la saga fantay incentrata su un oggetto magico l’avevo già scritta in precedenza (momento autopromozionale: vedere in proposito i romanzi della Saga dell’Averon, di cui a breve uscirà il quarto e ultimo volume; dlin dlon, fine del messaggio promozionale! XD), e quindi mi sono gettata a capofitto in qualcosa di completamente diverso.
Peccato che i lettori non potranno ascoltare i nostri effetti sonori. Ti ho interrotto, scusa, vai avanti.
E’ pur vero che, come hai giustamente notato, una certa atmosfera fantasy e un vero e proprio oggetto dotato di capacità “magiche” finiscono comunque per far capolino anche qui. Parlando del famoso campanello, ho sempre adorato quei negozi che ne hanno uno sopra la porta. Mi hanno sempre dato l’idea di botteghe antiche, senza tempo, affascinanti di per sé, a prescindere dal tipo di merce venduta. Anch’io in passato sono stata una libraia (solo per pochissimi anni, purtroppo) e, pur non avendo avuto la possibilità di montare un campanello come quello del romanzo, avevo comunque appeso alla maniglia della porta un pendaglio con delle campane tubolari, per “accogliere” i clienti e dar loro l’impressione di essere entrati in un altro mondo (non a caso, era quello che molte persone dicevano dopo aver varcato la soglia del nostro negozio). Da tutte queste suggestioni è nata l’idea di dotare l’Antro di Leo di un campanello e di rendere questo oggetto speciale, una sorta di spartiacque fra due mondi e due vite completamente diverse. Ovviamente, come hai rilevato, nel romanzo ci sono altri elementi a connotazione fortemente fantastica, che contribuiscono tutti a creare quell’atmosfera di fondo di cui parlavi prima. Di certo quando scrivo amo andare oltre la realtà nuda e cruda. Mi piace renderla un po’ più “magica”.
L’idea di un luogo antico e senza tempo è proprio ciò che mi ha evocato quel campanello ed è una dimensione che mi affascina. Mi sarebbe piaciuto fare un salto nel tuo mondo “libresco” reale, e vederti nei panni di libraia, ma credo di esserci entrato nella versione immaginaria che fa da sfondo ne “I Giardini dell’Altrove”.
Per quanto riguarda il genere, ormai non ci sono più linee di demarcazione. Mi sono soffermato a pensare il genere del mio primo romanzo dopo averlo finito e revisionato, tuttora però credo che “thriller fantascienza tecnologica” gli sta un po’ stretto. Il giallo, poi, si fonde con molti altri generi. “Abissi d’acciaio” di Asimov è un giallo etichettato come fantascienza, la fantascienza c’è ma sarebbe meglio definirlo “giallo fantascientifico” appunto. Il mio secondo romanzo si può definire “giallo paranormale”, figurati che io l’avevo definito “giallo sui generis”, quindi se la tua etichetta non esiste, l’abbiamo appena ufficializzata.
Credo che andare oltre la realtà sia la caratteristica di noi scrittori, ma non voglio svelare troppo del tuo libro. Io finirei qui. Ti saluto, ti ringrazio per questa esperienza e ti lascio la parola.
Puoi anticipare, se vuoi, ma credo che vuoi tantissimo, qualcosa del tuo prossimo romanzo o della nuova indagine dei Protettori di Spiriti. Immagino che ci stai lavorando su e sono sicuro che gli dedichi anima e corpo.
E’ vero, le etichette di genere a volte possono essere troppo restrittive o fuorivianti. Sono un modo per orientarsi, ma non dovremmo lasciarcene ingabbiare, sia come lettori che come scrittori. Nel mio caso, per esempio, ho iniziato a scrivere entrambe le mie saghe senza avere un genere di riferimento in testa, ma solo una “storia”. Per quanto riguarda il seguito de “I Giardini dell’Altrove”, la stesura del secondo episodio è iniziata già da tempo, però nell’ultimo anno si è fermata per lasciare spazio a un altro progetto che per troppo tempo era rimasto incompiuto, il già citato volume conclusivo della Saga dell’Averon, che un bel po’ di lettori con i forconi affilati chiedevano a gran voce da ben sei anni! 😛 Adesso che finalmente ho compiuto l’impresa (ho lavorato a questa serie infinita per circa quindici anni) mi sento libera di tornare alle avventure dei Protettori di Spiriti. Penso che questi personaggi abbiano ancora tanto da dire e che le loro peripezie siano solo all’inizio. Il bello di una serie come questa è che, teoricamente, ha uno sviluppo molto aperto. Potrebbero esserci tre libri, o cinque… o dieci. Fino a quando i Protettori avranno storie da raccontare, continuerò a farlo. 😉
Adesso tocca a me salutarti e ringraziarti per la tua gentilezza, il tuo entusiasmo e la tua ospitalità. Mi sono molto divertita durante questa chiacchierata. Alla prossima! 🙂


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