Recensione – Lo strano delitto delle sorelle Bedin

Copertina Lo strano delitto delle sorelle Bedin
Lo strano delitto delle sorelle Bedin di Chicca Maralfa

Recensione

Gaetano Ravidà, trasferito da Bari ad Asiago, si trova a gestire il Comando dei Carabinieri in un paese di montagna dove ci sono pochi casi interessanti. La vita degli abitanti scorre abbastanza tranquilla. La vita del luogotenente è stata da poco stravolta da una separazione non voluta, la moglie lo ha lasciato per un altro, di punto in bianco, senza tante spiegazioni. Per questo, Ravidà cerca di distrarsi da un lato con un caso di duplice omicidio avvenuto in città sette anni prima e archiviato senza colpevoli, dall’altro con la scoperta del corpo di un milite ignoto sul monte Lèmerle. Il soldato morto durante la Prima Guerra Mondiale potrebbe essere suo nonno che ha combattuto ed è morto in quella zona non conoscendo mai suo figlio, il padre di Ravidà, perciò lui si interessa al recupero e alle analisi del corpo.
Gaetano, detto Ninni, insieme ai suoi collaboratori, porta avanti un’indagine non ufficiale sul duplice omicidio delle sorelle Bedin un po’ per curiosità, un po’ per senso di giustizia. Il caso torna alla ribalta perché nella notte qualcuno affigge stralci di poesie in città per puntare il dito su Adelmo Zovi, vicino di casa delle donne e loro amico insieme alla moglie Carmen. Zovi fu indiziato ai tempi del fatto perché i rapporti di vicinato si erano incrinati per questioni economiche, ma era rimasto in libertà per assenza di prove.
Durante questa indagine, avvengono furti d’auto, una sparatoria contro un coniglio, il suicidio di Zovi che si dichiara innocente e il rinvenimento di un cadavere deturpato durante la Grande Rogazione: una processione che si estende per 33 kilometri fra pascoli e sentieri, con la sua tradizione e le sue credenze. In questo modo, Ravidà conoscerà diversi abitanti e dovrà districare la matassa che li unisce tutti per risolvere lo strano delitto delle sorelle Bedin.

Chicca Maralfa ha uno stile netto, preciso e accurato con cui riesce ad evocare sia l’ambientazione di montagna sia la complessità dell’animo umano. In particolare tratteggia Ravidà con la metafora della corazza che mi ha molto colpito.
Un protagonista capace ma fragile, deciso nelle indagini ma indeciso nei rapporti personali perché lasciato all’improvviso, con dentro un amore da soffocare, con la forza per andare avanti ma la voglia che vacilla, non può non suscitare empatia. Ognuno di noi vorrebbe avere una corazza per affrontare le difficoltà della vita, ma ciò implica la difficoltà di sopportarne il peso e soprattutto decidere quando toglierla. E Ravidà deve ancora prendere dimestichezza con la sua.
L’autrice ci mostra sensazioni e pensieri di quest’uomo nonché sogni con cabala e premonizioni annesse per farci immedesimare e farci capire come soffre, come ragiona, come svolge le sue indagini. Fra audacia e metodo “attendista”, Ravidà parla con le persone del più e del meno, osserva, riflette.
Spaesato dal cambio di città, viene accolto dal brigadiere Casarotto che lo fa sentire a casa fra cucina, dialetto e tradizioni di Asiago. L’ambiente diventa protagonista e rivela tutta la capacità dell’autrice non solo nel dipingere scenari naturali ma anche nella ricerca che gli conferisce spessore storico. Pone l’accento su un passato fatto di guerra e pestilenza che si lega al presente e vibra nelle scoperte archeologiche e nella tradizione religiosa.
Lo spessore umano è presente in tutti i personaggi, ognuno ha i suoi tratti caratteriali che formano un caleidoscopio sorprendente. La “stramba” Lilli Pertile, l’invadente fratello Giovanni, l’interessante medico legale Maria Antonietta Malerba… Tutti contribuiscono con le loro peculiarità e le loro reazioni a rendere la storia viva e autentica.
A proposito del giallo, sospettati e colpevoli affiorano pian piano con i loro intrighi familiari, le loro beghe di vicinato, gli interessi economici piccoli e grandi, le questioni sentimentali con risentimento e vendetta che sfociano in crimini efferati. La componente drammatica dei crimini assume maggiore rilevanza, questo non è tanto un giallo di logica deduttiva quanto più un giallo in cui scoprire legami e moventi.
Per concludere, devo sottolineare che ho apprezzato la scelta dell’autrice di inserire nel romanzo la lettera che Ravidà scrive a suo nonno, ispirata da una lettera vera, e il referto autoptico del medico legale. Apportano un ulteriore tocco d’artista alla verosimiglianza impressa agli eventi narrati.
Consiglio quindi la lettura del romanzo a chi preferisce il giallo drammatico e vuole immergersi in un libro che tratteggia la realtà storica per mezzo della finzione narrativa per farci conoscere le ripercussioni sul presente del nostro passato non tanto lontano.



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