Recensione – Una inutile primavera

Copertina Una inutile primavera
Una inutile primavera di Giulia Mancini

Recensione

Sono tutti chiusi in casa a causa del lockdown dovuto al Covid19, l’anno è il 2020, il commissario Saverio Sorace deve indagare su uno strano omicidio.
Un uomo giace nella piscina di una villa fuori città e il suo sangue ha macchiato di rosso tutta l’acqua. Il proprietario della villa ha trovato la vittima solo perché è dovuto passare a prendere una cosa. Il lockdown sembra aver favorito l’intento dell’omicida e il cadavere poteva restare celato sotto al telo di copertura della piscina.
Sorace dovrà indagare con l’aiuto dell’ispettore Monti basandosi su pochi indizi: la ferita sul corpo, il barbiturico ingerito con il cibo, un tatuaggio e una coppa di plastica. Risalgono all’identità della vittima: un senzatetto che si prodigava molto per la chiesa locale. Parleranno con il prete, confidente di Sorace, e chi frequenta la chiesa, diaconi e sacrestano, ma gli indizi sembrano tutti vani. Il senzatetto, infatti, aveva rifiutato di andare in un ricovero della Caritas e si era allontanato dalla chiesa.
Sara si è trasferita a casa dei nonni per aiutarli durante il lockdown e mentre fa smart working per digitalizzare l’archivio, collabora con Sorace e Monti nell’interpretare il delitto a distanza. I legami con l’ambiente religioso sembrano rafforzarsi man mano che le indagini proseguono, anche se più lentamente di quanto gli investigatori vorrebbero.
Ad aprire uno spiraglio sulla soluzione e portarli sulla giusta pista è un secondo omicidio, pure questo in una scena del crimine molto appariscente e tinta di rosso dove trovano una seconda coppa.

In questo romanzo, Giulia Mancini adopera la sua perizia nel tratteggiare le dinamiche emotive che caratterizzano i suoi personaggi. L’autrice è riuscita a rappresentare e rievocare il periodo del lockdown con le difficoltà, le preoccupazioni, l’incertezza per il futuro e la speranza che tutti noi abbiamo vissuto in quel periodo, e ancora ci coinvolgono.
Ho apprezzato molto l’idea di dividere Sorace e Sara per sottolineare sia la solitudine di quel periodo sia l’essere vicini pur stando lontani.
La trama è ben studiata e rende la pandemia da Covid19 il cardine della storia, mette in luce le ossessioni e le false credenze dettate da paura e sofferenze recondite. La religione è una sorta di valvola di sfogo e il finale rivela che nell’omicida c’è molto più di una ossessione che vede nella pandemia un flagello divino.
Anche per questo, il libro mi è piaciuto. Giulia ha saputo unire un’esperienza collettiva e globale ad un’esperienza traumatica personale che spesso viene nascosta. Ha tenuto fede al suo stile di ritrarre idee e pensieri dell’assassino svelandoli poco alla volta e in questa storia, secondo me, è stata molto brava nel dissimularne l’ossessione fino alla fine.
Dall’altro lato, ci sono i sentimenti e le emozioni che sorgono spontanei nel rapporto fra Saverio e Sara, raccontati in maniera vivida e non banale, con cui l’autrice ritrae il buono del mondo senza fronzoli e senza retorica. Mi sembra che sia un modo per compensare l’aspetto criminoso della storia e per me l’equilibrio è raggiunto perché Don Lucio e la stessa vittima mostrano un’autentica personalità.
Un altro aspetto degno di lode riguarda il fatto che Giulia ha saputo pianificare degli omicidi che passano inosservati anche se per le strade non cammina quasi nessuno.
Per finire, devo dire che mi è piaciuta molto l’indagine privata di Sara su un cold case che scaturisce dagli incartamenti che deve digitalizzare.
Quindi mi resta solo di consigliare la lettura di questo libro.



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