Recensione – Quello che possiedi

Copertina Quello che possiedi
Quello che possiedi di Caterina Soffici

Recensione

La contessa Clotilde della famiglia Brunori Princi, nobili di Firenze da generazioni, vive una vita ritirata nella dimora di famiglia sulle colline fiorentine, la Villa del Grifo.
Al piano di sopra della villa, vive sua figlia Olivia con cui ha sempre avuto un rapporto contrastato. Clotilde infatti è una donna severa, autoritaria e che tiene molto alla forma.
Mentre la contessa si dedica alla vita mondana e alle feste con ospiti dell’alta borghesia, sua figlia Olivia cresce con la governante di turno e soprattuto con la domestica Anita che le vuole bene come fosse sua figlia. La bambina è uno spirito ribelle, fa amicizia con la figlia del proprietario del bar tabacchi delle Tre Vie, vicino alla collina, e vorrebbe una vita più ordinaria. Sua madre invece rispetta le forme e le tradizioni, con le feste comandate e le vacanze sempre negli stessi posti, lontano dalla gente ordinaria. Così cresce sua figlia, impedendole di allontanarsi da quel costume che la soffoca.
Anche Clotilde ha vissuto nella bambagia nobiliare e spesso si è sentita soffocare, ha anche cercato di scappare con la sua Lancia Aurelia, regalo di suo padre, ma non ci è riuscita.
Riusciva a fare solo brevi viaggi lontano dalla Villa, viaggi che definisce “le ore d’aria”. Infatti solo lontano dalla Villa si sente tranquilla e in pace, come quando da bambina suo padre l’ha portata in vacanza fuori città.
Nella villa, Clotilde è sempre stata irrequieta, molti attribuivano il comportamento al fatto di aver perso la madre giovanissima, e perciò le perdonavano i capricci e i malumori.
Ragazza bellissima, nella vita adulta ha sposato un conte senza troppe pretese e pensava di essersi sistemata, ma non è andata proprio così.
La ragione del suo malessere è radicata nell’ambiente in cui vive, una struttura a comando patriarcale dove gli uomini hanno sempre un immenso potere sul patrimonio e sulle decisioni di famiglia. Così Clotilde sopporta con la maschera del buon viso a cattivo gioco le imposizioni. Anche se le fanno male.
Ciò influisce nel rapporto con sua figlia, da un lato freddo e distaccato ma dall’altro opprimente. Si direbbe che, anche se non lo mostra, Clotilde vuole proteggere Olivia come una mamma chioccia.
Olivia, dal canto suo, somiglia un po’ alla madre, vuole sfuggire a quell’ambiente nobiliare e sin da bambina diventa brava a nascondersi, crescendo impara a correre. Sposa un marito che, sebbene non appartenga a quel mondo, presto si fa coinvolgere negli affari immobiliari di parenti e professionisti della loro cerchia. All’inizio lo amava, ora sta con lui per i figli e la routine. Quando qualcosa non va, Olivia indossa la sua tuta e va a correre. Segretamente vorrebbe fuggire via dalla villa come sua madre.
Nell’ultimo periodo di vita, Clotilde si allontana dalla villa ed è subito chiaro che non si tratta di un’ora d’aria, perché non aveva più molte forze per farne e perché stavolta non ha preso la sua auto.
In questo frangente della sua assenza, scopriamo la sua vita e le vicissitudini che legano mamma e figlia in un destino a tratti drammatico, alla ricerca di una verità che forse è bene non rivelare ma che può giovare quanto un viaggio di cui non importi la meta.

Caterina Soffici ha uno stile netto che rappresenta la realtà con tratti decisi. La sua scrittura è molto fluida e soprattutto coinvolgente. Mi è piaciuto molto il fatto che all’inizio la narrazione è al presente per immergere subito il lettore nel tempo della storia. L’inizio è per giunta uno sguardo sul finale che si comprende appieno solo arrivando alle ultime pagine, quando si ha la sensazione di una storia senza fine, un cerchio che si chiude, e ti ritrovi come nell’occhio del ciclone. Dove tu puoi star fermo e tutto intorno a te gira. La storia affascina per le diverse sfaccettature dei personaggi e perché il finale è aperto, ogni lettore può farsi la sua idea su quale sarà la sorte di Olivia dopo la morte di Clotilde. La donna può restare nel circolo vizioso della vita nobiliare a Villa del Grifo o riuscire a scappare da quell’ambiente, magari sospinta da una voluta del ciclone più forte.
In più punti l’autrice inserisce frasi al presente per riportare i pensieri delle protagoniste, come fossero in presa diretta. Infatti la Soffici si eclissa dietro le parole e sembra di assistere a scene di vita familiare dall’interno, stando a Villa del Grifo. Così si comprende quanto la bellezza e il lusso possano condizionarti e incatenarti. Così si scoprono le brutture e i malesseri che Clotilde ha vissuto. Così si scopre che dietro l’immagine di contessa algida e severa, si celano le fragilità e i sentimenti di una donna.
Si sente a pelle il disagio della contessa e la voglia di Olivia di una vita normale. Spicca l’affetto che la domestica Anita nutre per la ragazza in contrasto al distacco di Clotilde che al principio non riesce ad amarla. Si delineano a poco a poco le somiglianze fra Clotilde e sua figlia: entrambe stanno bene solo allontanandosi dalla villa, vorrebbero lasciarla per sempre, vorrebbero cavarsela da sole, non riescono a dimostrarsi affetto.
Eppure ci sono dei punti in cui la maschera cade, in particolare mi ha colpito il modo in cui Clotilde comincia ad amare sua figlia e alla fine il modo in cui Olivia tratta la madre dimostrando affetto.
Mi preme dire che questa è una storia di abusi sulle donne che lasciano il segno nell’arco di una vita e fra gli eventi futili quotidiani. L’autrice è stata eccelsa nel ritrarre ogni aspetto per dare un quadro completo dove quei segni colpiscono con le loro ripercussioni psicologiche. Un profumo, un gesto, un suono destano la paura inculcata goccia a goccia con soprusi e percosse. Con effetti che si tramandano di generazione in generazione.
Al riguardo merita una nota particolare un paragrafo verso la fine, narrato in prima persona. In questo modo l’autrice si distacca dall’uomo e dai suoi pensieri e, non interponendo filtri, dimostra la nocività di un’indole orribile e brutale togliendo il velo di stereotipi con cui purtroppo si ammanta nella realtà fino a giustificare i femminicidi. Non si può dire che sia un’interpretazione, è la vera natura di chi compie simili abusi e delitti.
Per concludere, secondo me la storia è una metafora del viaggio che si fa per avere nuovi occhi, per citare Marcel Proust.
Consiglio la lettura di questo libro perché è una storia cruda per guardare dritto in faccia le brutture degli abusi e scorgere il potere degli affetti sinceri che possono illuminare la nostra vita.



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