Dialogo – Fragile come il silenzio

Il dialogo di oggi ruota intorno al libro “Fragile come il silenzio”. Si tratta del primo romanzo della serie investigativa “Le indagini di Saverio Sorace” che pone al centro della storia il Commissario Sorace e l’ispettrice Sara Castelli.
Il libro mi ha colpito tanto che dopo averlo recensito non potevo fare a meno di invitare l’autrice Giulia Mancini a parlare dei suoi personaggi.
I personaggi sono il fulcro della storia. Questa è l’occasione per conoscerli un po’ di più con il punto di vista dell’autrice. Mettiti comodo, è una bella chiacchierata.


Renato Mite
Giulia Mancini
Ciao, Giulia, benvenuta e grazie per aver accolto il mio invito.
Comincio subito con le chiacchiere. Credo che con “Fragile come il silenzio” tu abbia dato sfogo a quella voglia di farsi giustizia di tutti coloro che subiscono violenza gratuita e anche di chi spesso vorrebbe fare la differenza.
Come hai raccontato su Anima di Carta, l’idea della storia è nata da una sorta di visione in cui hai immaginato il commissario Sorace e il suo passato. Il passato pesa anche sugli altri personaggi, pure l’assassino è “gravato” dal suo passato. Quindi, ti chiedo: quando hai delineato i personaggi, evento dopo evento, hai mai avuto la sensazione che Sorace sarebbe in grado di fuggire via dalla tua vista per essere meno buono, meno politicamente corretto?
Ciao Renato, prima di tutto ti ringrazio moltissimo dell’invito. Hai ragione “Fragile come il silenzio” è nato da un desiderio di giustizia che vibrava dentro me da parecchio tempo.
Sorace potrebbe sicuramente sfuggire al mio controllo e diventare meno politicamente corretto, penso che sia proprio questo il suo dilemma. Lui persegue un mondo giusto, ma sente molto forte la tentazione di farsi giustizia a suo modo, soprattutto considerando le contraddizioni del nostro sistema giudiziario.
Quando ho delineato la storia io stessa ho dovuto tenere a freno certi impulsi dei personaggi cosiddetti “buoni”, in fondo le vittime del serial killer non suscitano troppe simpatie. Sei d’accordo?
Sì, senz’altro. Come lettore mi sono fatto prendere e per un istante ho pensato che gli investigatori avrebbero fatto meglio a non trovare il serial killer. Poi è tornata la lucidità che considera sacra ogni vita umana e sono tornato alla convinzione che la giustizia, per essere degna di questo nome, non deve abbandonarsi alla vendetta.
Mi colpisce molto questa esperienza del “tenere a freno certi impulsi” perché avrei puntato proprio su questo, cioé sul fatto che tutto si decide in reazioni della durata di un frangente. Come il dubbio di Sorace su Sara Castelli, il suo ispettore, che è durato un istante. Perché c’è da dire che Sara impersona un carattere a mio avviso più impulsivo e forse lei hai dovuto tenerla a freno di più.
Sara è il personaggio che più mi ha impegnato sotto questo aspetto, ci hai visto giusto. È una donna tormentata da un passato che l’ha segnata fin dall’infanzia e questo fa la differenza rispetto a Sorace. Essere segnati da bambini lascia un marchio indelebile nell’anima, le ferite di un adulto sono più facili da curare, in un certo senso, perché l’adulto ha una personalità già strutturata e può affrontare meglio il dolore.
Sara ha un’anima ferita sempre pronta a esplodere e potrebbe facilmente passare dall’altra parte della barricata, ci sono momenti in cui questo sospetto credo abbia colto il lettore più di una volta. In Sara ho messo i sentimenti contrastanti da cui a volte siamo invasi di fronte alle grandi ingiustizie, in lei c’è quella passionalità intensa che può diventare fuoco che distrugge. Saverio invece, nonostante i suoi errori, è più razionale, anche se spesso altrettanto combattuto.
In effetti Sara sembra camminare sempre sul filo del rasoio, mentre Saverio inciampa spesso nella propria razionalità nel rapportarsi con lei. Questa ferita che lei si porta dentro tende a farla allontanare dagli uomini ma non succede con Sorace e non è successo con l’assassino. Questo mi fa pensare che la trama rispecchia la realtà nella sua casualità, la famosa teoria dei sei gradi di separazione è il fulcro dell’indagine: così Sorace unisce i pochi indizi. Eppure l’indagine non può fare a meno della componente emotiva degli omicidi, tanto che ad un certo punto si pensa di interpellare un profiler.
I pensieri dell’assassino sono il preludio della narrazione in molti paragrafi, uno in particolare mi ha colpito:

La gente è stupida, la maggior parte della gente. Ha la mente piccola, rincorre ogni giorno falsi miti, si barrica nella propria stupida e piccola realtà quotidiana, nelle sue invidie e nelle sue meschinità. E in nome di questa sua piccineria compie azioni ignobili ogni giorno, per mantenere il proprio piccolo potere. Poi ci sono quelli che valgono meno di tutti, che per dimostrare di valere qualcosa hanno bisogno di opprimere gli altri, di possederli, di schiacciarli, di ucciderli. E non c’è mai una vera giustizia nella nostra società, il diritto italiano tutela solo i ladri e gli assassini, mai le vittime. Questo stato di cose deve cambiare. Devo pensarci io.

Sembra quasi di assistere ad uno sdoppiamento con quel “Devo pensarci io” perché l’assassino si abbassa al livello di chi uccide, compiendo lo stesso gesto, ma con un tono di potenza e superiorità con cui si giustifica.
Vorrei che mi raccontassi come sei entrata nella testa dell’assassino, forse proprio come un profiler, per ritrarlo con queste riflessioni.

Sono entrata nella testa dell’assassino immaginando quello che provava e cosa lo muoveva. Ho pensato a una persona disperata, con una grandissima rabbia, che aveva perso tutto e, quindi, che non aveva più niente da perdere. Una persona profondamente danneggiata che, per poter dare sfogo al suo dolore poteva solo uccidere o uccidersi. Ma è anche una persona che insegue una sorta di giustizia terrena con un disegno ben preciso per placare la sua ansia, si sente al di sopra della legge e decide di compiere quello che il sistema giudiziario italiano non realizza: punire davvero i colpevoli di crimini efferati contro i più deboli. In effetti ho cercato di pensare come un profiler, ho letto qualche pubblicazione sull’argomento che mi ha aiutato a delineare la personalità del killer.
Ho la sensazione che tu non abbia lasciato che l’abisso ti guardasse dentro.
Quando penso ai profiler, io penso a Criminal Minds. Una delle citazioni che più mi è piaciuta di questa serie è “se guardi dentro l’abisso, l’abisso guarda dentro di te”.
Questo concetto è di Nietzsche che scrisse “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.” Parlando di crimini, è un tema ricorrente ma credo che tu abbia avuto l’effetto contrario, forse inconsciamente. Intendo dire che anziché farti influenzare, hai influenzato il killer e gli altri personaggi in modo positivo.
Infatti nella figura del killer leggo un certo senso di altruismo verso quei deboli. Sara è una di loro. Anche lei inevitabimente influenzata.
Vorrai scusare la mia deformazione professionale, ma credo che innanzitutto la tua influenza si veda nel flusso di parole. Io avrei messo più virgole e spezzato alcuni lunghi periodi. Perciò sono curioso. Hai lasciato che le tue emozioni fluissero sulla carta senza porre freni oppure è una precisa scelta stilistica per coinvolgere il lettore?

Quando chi ami ti viene strappato via così, si spalanca un abisso di dolore così profondo che non puoi più sperare di uscirne. E quell’abisso diventa la tua pazzia, l’unica strada che puoi percorrere.

Questa è una frase pronunciata dal killer a un certo punto della storia. Io credo che ci siano dei dolori troppo grandi da superare, forse solo l’amore può aiutare oppure la speranza di ritrovare un senso, ma non sempre questo è possibile.
A volte la disperazione è così grande che non c’è spazio per nessuna rinascita, mi è capitato di riflettere quando accadono immani tragedie personali, riguardo a certi casi di cronaca, su quale possa essere l’appiglio per rinascere, nonostante tutto. C’è chi riparte dall’amore per un figlio, chi da un lavoro che appassiona, chi dal desiderio di giustizia, chi dalla fede: se manca questo appiglio rimane solo la follia. Il mio cuore però non ha voluto arrendersi al buio dell’abisso, c’è quindi del vero in ciò che affermi, alla fine ho influenzato i personaggi in modo positivo, il nostro “giustiziere” sta dalla parte dei più deboli, ha comunque una sua morale, anche se è una morale deviata.
In effetti ho lasciato che le mie emozioni fluissero sulla carta senza freni, come quando pensi a ruota libera e lasci che i pensieri percorrano strade inconsuete che vanno oltre le direzioni prestabilite. Sei stato molto bravo a intercettarlo, sei un attento osservatore!

Grazie per il complimento.
Tu sei stata molto brava, oltre l’influsso positivo, a descrivere senza pregiudizi quella morale deviata e il killer non crede nella “rinascita” altrui, infatti non crede che i colpevoli possano cambiare vita.
Ora direi di fermarci per non rovinare la lettura del tuo giallo, ma il fatto che ti interessi molto ai casi di cronaca mi fa pensare una cosa. I tuoi gialli nascono dalle riflessioni sulle tragedie personali, quindi la componente emotiva sarà un elemento fondamentale anche nei libri successivi della serie “Le indagini di Saverio Sorace”.
Ti saluto, ti ringrazio ancora per la chiacchierata e ti lascio la parola per concludere e svelare, se vuoi, qualcosa de “La sottile linea del male”, secondo libro della serie.
Sono io che ringrazio te Renato, per questo bellissimo scambio di battute che mi ha permesso di spiegare alcuni retroscena di Fragile come il silenzio, pur cercando di non fare spoiler.
In effetti l’aspetto emotivo è sempre ciò che più mi avvicina alla scrittura di un giallo ed è anche quello che mi ha guidato nella stesura del secondo episodio del commissario Sorace “La sottile linea del male”.
In questa seconda indagine non c’è un serial killer, ma c’è il male in una forma più subdola, quella che si annida in alcuni ambienti di lavoro, dove segreti, bugie e verità non dette servono a mantenere uno status quo, un potere consolidato nel micro sistema di privilegi a scapito, anche questa volta, dei più deboli. Un professore universitario, stimato da tutti, viene ucciso brutalmente e le indagini della polizia portano a scoperchiare un vaso di Pandora, scatenando una tempesta terribile su questo mondo dove “non tutto è come sembra”, perché il confine tra bene e male può essere davvero sottile.
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