Sfida Decamerone al Coronavirus

Vi scrivo da un paese del Sud Italia e lo faccio perché mi piace scrivere, ma anche perché credo che sia giusto esprimere quello che ci portiamo dentro e questo periodo difficile ne è la dimostrazione.

Dire che il periodo è critico sembra quasi un eufemismo, il Coronavirus è ormai nella top ten della fama mondiale. Per cattiva fama, ma è lì. Un virus nuovo a cui non siamo pronti e che ci fa paura. A giusta ragione. Finalmente, aggiungo con un’espressione triste che purtroppo non potete vedere. Ciò che il buon senso, i suggerimenti e le prescrizioni non riuscivano a fare, lo sta facendo la paura.

Coloro che hanno sottovalutato la situzione e hanno ignorato buon senso, suggerimenti e prescrizioni, forse l’hanno fatto anche per scacciare la paura. Come spesso si fa, si cerca di non pensare alle brutte cose e distrarsi, magari andando a prendere un aperitivo in un bar affollato. Almeno fino a qualche giorno fa.

Vi scrivo dalla prospettiva di uno meno avvezzo alle pratiche mondane da aperitivo, ma allo stesso modo mi costa fatica non poter andare in biblioteca, in palestra oppure nel mio caffè-libreria preferito, o ancora a vedere la commedia teatrale di cui avevo già preso i biglietti. Si tratta di un sacrificio che faccio da una settimana, con coscienza e convinzione.

Voglio evidenziare le cose positive. Non per attenuare o sottovalutare la situazione. Al contrario per dare il giusto peso a questa situazione, perché credo che guardare alle cose negative e a quelle positive ci aiuterà a passare le ore in casa con la ferma convinzione che la vita è anche questo e la vita dopo continuerà con un sapore migliore.

Anziché guardare alle storie catastrofiche che prevedono la fine del mondo, io direi di guardare a chi ha già passato una situazione del genere.
Il Decamerone.
Questa raccolta di novelle di Boccaccio, che si è guadagnata un posto nella mia lista di libri da leggere, raffigura una situazione simile alla nostra. In un periodo di peste, alcuni ragazzi si chiudono in una casa per stare lontani dall’epidemia diversi giorni e passano il tempo raccontandosi delle storie.
L’analogia e l’idea di scrivere storie in questo periodo di Covid-19 non è mia, o meglio, l’idea è venuta prima alla Professoressa Laura Tagliaferri di Lodi che ha lanciato la Decameron Challenge ai suoi studenti.

Io vorrei estendere questo invito a tutti, colleghi amici scrittori e non solo, affinché ognuno di noi racconti una storia che riguarda questo periodo critico ma evidenzi anche i lati positivi. Per lasciare una testimonianza ai posteri e soprattutto per vivere la vita post-pandemia con un’attenzione maggiore alle cose essenziali.

Contribuisco con questo breve “racconto” e spero in un gran seguito. Estendiamo la #decameronchallenge e così avremo molte storie da leggere, ma anche video da guardare, canzoni da ascoltare per arrivare al futuro.

Per l’Universo, un secolo è una quisquiglia. Come per noi un giorno, una settimana o un mese. Eppure fanno la differenza. Le quisquiglie contano e ce ne accorgiamo adesso che la situazione cambia nel giro di pochi giorni, anzi di ora in ora.

Fino a qualche giorno fa, prima che chiudessero le palestre, ero nello spogliatoio con alcuni amici e la discussione immancabilmente è caduta sul Coronavirus. Qual è la verità, come è nato, come si diffonde. Poi la discussione è arrivata alla presa in giro francese con la pizza italiana infetta. Lì scatta l’orgoglio nazionale. Ma che gli abbiamo fatto? Noi dovremmo puntare il dito contro la baguette. Qualcuno scherza sul fatto che non hanno il bidet. Ricerche successive evidenziano che una certa percentuale di Francesi c’è l’ha.
In quel momento, però, i miei pensieri erano altri. Da tempo sto cercando di trasformare la rabbia e la negatività in qualcosa di positivo. Non si tratta di ignorare, ma considerare e trasformare. Dissi che fuori dall’Italia, in Germania come in Francia, stanno sottovalutando la cosa ma poi impareranno da noi. Ora questa cosa la dicono anche in televisione.
Le mie parole fluirono come non mai. In Italia abbiamo un equipe di donne, ricercatrici dello Spallanzani di Roma, fra le prime al mondo ad aver isolato il Coronavirus. Quello che noi impareremo da questa emergenza, lo useranno gli altri paesi che ora ci prendono in giro.

Con tutti i difetti che vuoi, noi faremo la nostra figura. Non si tratta di fare bella figura, ma una figura di dignità e umanità.
L’oltraggio alla pizza mi suscita citazioni bibliche: “perdona loro perché non sanno quello che fanno.” Non per l’offesa alla pizza, ma perché stanno sottovalutando la faccenda e sono preoccupato per loro.
Meglio pensare ad altro.

Penso alla coppia di Cinesi che sono stati curati allo Spallanzani fino alla guarigione. Altri paesi meno accoglienti del nostro probabilmente li avrebbero rispediti a casa con un volo d’emergenza.
Noi Italiani abbiamo un cuore come pochi al mondo e lo dimostrano sia il fatto che stiamo riscoprendo tutta la nostra solidarietà sia il fatto che ora i medici Cinesi vengono qui ad aiutarci con la loro esperienza e le loro attrezzature.

Mi fa rabbia che in molti, anche nelle nostre città, abbiano sottovalutato le prescrizioni, anche le più restringenti, fino a qualche ora fa. Mi fa piacere sapere che le cose stanno cambiando e tutti stanno prendendo coscienza di questo.
Forse il virus riuscirà ad abbattere l’ideologia di pensare solo a sé. Non puoi pensare solo a te. Anche se ti senti forte, potresti non esserlo come pensi e soprattutto potresti infettare chi è più debole. Questa è una cosa da criminali più che da stupidi.

Molti Italiani invece sono intelligenti, perché per fare dell’ironia solo contro il virus ci vuole intelligenza. Mi torna in mente il remake di “My Sharona” di quei ragazzi nel video che sta diventando virale, quello dove, per fare la rima, dicono che con il Corona virus ci vuole “attenziona” e “educaziona”. Come scrittore avrei storto il naso solo un mese fa, adesso gliene sono grato, l’importante è il messaggio.

Mentre mi sposto per casa, penso che la nostra capacità innata di fare arte, e l’ironia è una forma d’arte, ci aiuterà moltissimo.
Soprattutto ora che dobbiamo uscire solo per lo stretto necessario.
Ho una certa nostalgia verso mia nonna che vedevo nei fine settimana, quando mi raccontava vecchi detti e cose del suo tempo. Appena l’emergenza passa, andrò a trovarla.
Dovremo imparare dai nostri nonni, da tutti quelli che hanno passato periodi anche più brutti durante la guerra e senza possibilità di comunicare come abbiamo noi ora.
I nonni hanno la saggezza in tasca con i loro rimedi antichi che vanno adeguati ai tempi mentre la ricerca ci porta al livello superiore. Al mondo due punto zero.
Il virus è nuovo, ma i rimedi antichi hanno una loro efficacia. Questo virus ci ha mostrato l’ignoranza nei suoi confronti, ma per non saper né leggere né scrivere, come fossimo all’anno zero, mentre impariamo, i rimedi della nonna fanno la differenza. In questo caso il rimedio della nonna è stare in casa.
Stiamo in casa.

Non avrei mai pensato di scrivere di mia nonna e Sun Tzu insieme, non nel senso letterale. Mia nonna non è un highlander così vecchia e amava mio nonno, pace all’anima sua.
Sun Tzu mi torna in mente con il suo “L’arte della guerra”. Per chi non lo conosce, è un testo filosofico che spiega come non arrivare alla guerra. Uno dei suoi precetti, vado a memoria, è quello di scegliere solo le battaglie che si possono vincere. Non possiamo vincere se facciamo guerra al Coronavirus andandogli incontro spavaldamente. Possiamo essere vincitori solo se evitiamo questa guerra stando a casa.

I pensieri sono come le ciliegie, il prossimo va a Marty McFly. Il protagonista della trilogia “Ritorno al Futuro” rinuncia alla corsa con le auto per preservare la sua mano e la sua carriera da chitarrista. Lui sapeva che sarebbe andato incontro a un incidente perché aveva viaggiato nel futuro. Anche noi possiamo viaggiare nel futuro, pensando a ciò che faremo dopo la pandemia di Covid-19.

Purtroppo ora devo uscire per andare a prendere un po’ di spesa.
Indosso guanti e mascherina, gli occhiali mi si appanano un po’ e mi sto abituando all’idea di andare in giro in modo così bislacco. Roba che vedevamo fare solo ai Cinesi che giravano nelle città per evitare lo smog ancor prima di questo virus. Per certi versi mi sembra di essere in un gioco di ruolo in soggettiva. Ho la mia età e vorrei invecchiare ancora parecchio, ma io giocavo a Doom. Vorrei che la realtà fosse un gioco e il nostro nemico fosse ben visibile e annientabile con gran schizzi di sangue, ma non è così. Il nostro nemico è invisibile a occhio nudo e non è un gioco.

La mascherina davanti alla bocca mi porta con l’immaginazione ad essere un medico figo. I medici veri in questo momento non si sentono fighi perché indossano la mascherina ma hanno tutte le ragioni di esserlo perché stanno salvando molte persone. Il mio pensiero va a loro e a quei ragazzi che studiavano la materia e si prestano ad aiutare. Ragazzi che andrebbero all’estero a portar la loro intelligenza al servizio di altri centri di ricerca. Io direi che i famosi cervelli in fuga quando vanno via, loro malgrado, lo fanno a malincuore perché sanno di portar via dal paese natio anche un cuore dallo stampo raro. Lo stesso cuore che risiede in tutti coloro che in questo momento lavorano ai servizi essenziali e aiutano chi ne ha bisogno. Lo stesso cuore che sta sprigionando ondate di solidarietà.

Chi non ci conosceva, prendeva in giro gli Italiani col fatto che saremmo scansafatiche. Per carità qualcuno lo è, come ad ogni latitudine e oggi che tutto il mondo è paese più che mai. Ogni popolo ha la sua percentuale di scansafatiche, ladri, molestatori, criminali e compagnia delinquente.
Mi ricordo le percentuali, non di delinquenti.
Stando a Wikipedia e un vecchio sondaggio francese, il bidet è usato in Italia dal 97% della gente, in Francia dal 42%.
Sono solo percentuali, ma le percentuali possono essere sovvertite. Come quella di coloro che restano a casa ora o decideranno di continuare a ricercare in Italia, magari supportati di più dal Governo, quando tutto questo sarà passato.

L’immagine stessa di scansafatiche può essere sovvertita. L’immagine di un’infermiera che dorme su un portatile ci avrebbe coperti di ridicolo fino a poco tempo fa, ora è il simbolo che dorme non perché è scansafatiche ma perché lavora all’estremo. Come lo è il segno della mascherina sul volto di un’altra infermiera. D’ora in poi potremo vantarci ancor di più dei nostri medici, altro che ER. Adesso i fan della serie mi assalirebbero se potessero, mentre io, pensando ai divi di Hollywood, penserei che Tom Hanks e sua moglie sono ricoverati perché positivi al Coronavirus. Forrest Gump aveva ragione quando diceva: “La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita.”

Torno alla realtà. Una donna appare in tv preoccupata perché suo padre e suo marito, un uomo di 42 anni, sono in terapia intensiva. Raccomanda ai giovani di rispettare le regole.
Le lacrime mi spuntano agli occhi ma un’altra emozione fa capolino dentro di me.
La rabbia affiora contro gli incoscienti: ma cosa state aspettando per restare a casa?
A chi non ci credeva mi verrebbe da dire: paura, eh?
Trasformo il pensiero negativo in: paura, lo so, ma ti fa bene. Avere paura è normale e ci fa bene perché andrà tutto bene, se resti a casa.

Caccio indietro le lacrime, ora devo proprio uscire. Mi richiudo la porta alle spalle.
Purtroppo la Storia ci insegna che ogni cosa ha il suo valore e la vita umana ha il valore maggiore, poco sotto ci sono i generi alimentari e gli elementi essenziali per la vita. Tutto il resto è a distanza siderale.
Le persone care, no. Le persone care sono molto lontane ma sono anche nella stanza a fianco oppure a distanza di un messaggio e di una telefonata.
Già vorrei tornare indietro per aiutare mio padre in qualche lavoro domestico o mia madre a fare biscotti.
Scendo le scale con Lucio Dalla che nella mia testa canticchia: “Caro amico ti scrivo \ così mi distraggo un po’ \ e siccome sei molto lontano \ più forte ti scriverò.”
Accetto il consiglio inconscio, scriverò più forte agli amici che mi leggeranno.
Quando torno, dopo aver cotto i biscotti con mia madre.

Ciao a tutti,
Renato

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